Thinking about.. Good Design and Good Game

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Non si sa bene quale fosse il motivo. Probabilmente avere tanti nipotini che gironzolavano per casa aveva portato il mio professore ad approfondire la relazione tra gioco e design.

exagame

Già durante la triennale di Scienze dell’Architettura l’ esame di disegno industriale del Prof. Ermanno Guida, in collaborazione con la Magis, aveva come finalità la produzione di un gioco per bambini con materiali di riciclo ed economici: cartone a 4 onde, fascette di plastica e carta stagnola.

Qualsiasi sia stato il motivo, quindi, per la tesi della specialistica il professore mi propose un approfondimento riguardo i designer che si erano occupati di giochi e giocattoli per l’infanzia.
Ed io, proprio in quel periodo, avevo ripreso ad interessarmi ai LeGo sopratutto per la serie Architecture.  Quando si dice le coincidenze..

Persa per qualche mese tra i libri della biblioteca personale del professore, riviste all’università e ricerche con l’amico Google, ho scoperto che il tema del gioco è sempre stato caro ai designer. Nelle loro mani il gioco non è più un semplice strumento pedagogico, ma diventa anche un oggetto di elevata qualità formale e funzionale.

Non starò qui a fare sproloqui sulla pedagogia e sulle origini del gioco, se state leggendo qui saprete anche dove informarvi a riguardo.
Spenderò invece il tempo a parlarvi del collegamento tra Gioco e Design, quel collegamento che mi stava costando il 110/lode (essendo il presidente di commissione un matematico che non aveva capito quasi nulla dei miei 3 quarti d’ora di parlantina) (e non sto scherzando, orgogliosamente posso dire che la commissione era molto incuriosita e la mia seduta è durata più del previsto) (nonostante il matematico abbastanza chiuso con i suoi punti di vista).

Mentre il gioco nell’immaginario collettivo ha già la propria definizione, il design risulta ancora incerto perché coinvolge infiniti campi, e non a caso generazioni e generazioni di architetti si sono interrogati e hanno cercato di dare una risposta: “Cos’è il Design?”.
Il Design, in particolare il Good Design, nasce dai principi elaborati durante il movimento Arts and Craft del secolo scorso.. no che dico.. due secoli fa!
Grandi maestri come John Ruskin e William Morris, Hermann Muthesius insieme a Van de Velde, si scontrarono nella storica querelle sul tema dell’estetica (quindi la sola bellezza dell’oggetto) contro quella formale (dove l’importanza dell’oggetto si riduce alla sola forma utile). Concetti fondamentali per il Bauhaus di Gropius.
In generale queste sono questioni che riguardano da sempre qualsiasi atto creativo e artistico. Ma il design non è arte: l’artista esprime il proprio io avendo la libertà di farlo come meglio crede; il designer cerca di risolvere dei problemi producendo degli oggetti che migliorano l’uomo e la vita con nuovi prodotti che rispondono a nuove esigenze trascurate o nemmeno immaginate in precedenza.

“…Il design è il punto d’incontro tra il passato e il futuro di un prodotto, tra le sue cause e le sue  conseguenze. […] Il buon design fa prodotti capaci di parlare di se stessi: di informare sulle loro funzioni previste e addirittura di ispirare funzioni impreviste. […]
E’ progetto pensato a tutto tondo, dalla ragione industriale all’emozione estetica e alla ragionevolezza funzionale.[…]
Se riesce, è una risposta alla domanda, non del mercato ma della società…”

Queste le parole di Luca De Biase, un perfetto riassunto di ciò che Kauffman aveva espresso nel suo libro “What is Modern Design”  nel quale aveva decretato i 12 precetti che, come allora, sono attuali e riconducibili al design dagli albori ad oggi. Per questi infatti il design moderno dovrebbe:
– rispondere praticamente alle esigenze della vita moderna
– esprimere lo spirito dei nostri tempi
– beneficiare dei progressi contemporanei delle arti e delle scienze
– approfittare delle nuove tecniche e dei nuovi materiali
– sviluppare forme, texture e colori secondo i requisiti richiesti in accordo con i materiali e le tecniche
– esprimere lo scopo dell’oggetto non facendolo sembrare mai quello che non è
– esprimere la qualità e la bellezza dei materiali utilizzati non rendendoli ciò che non sono
– esprimere i metodi di produzione senza simulare una tecnica non utilizzata
– essere semplice, utile e infine servire un pubblico ampio non privilegiato.

E’ ricordando questi semplici concetti che uno dei più grandi produttori di giochi ha stilato il proprio decalogo, non più del “good design” ma del “buon gioco” che dovrebbe:
– avere possibilità di gioco illimitate
– essere sia per bambini che bambine
– essere entusiasmante a tutte le età
– essere giocabile tutto l’anno
– essere un gioco stimolante e coinvolgente
– avere infinite ore di gioco
– stimolare immaginazione, creatività e sviluppo
– dare la possibilità ad ogni nuovo prodotto di moltiplicarne il valore
– essere sempre attuale e ai massimi livelli in termini di sicurezza e qualità.

Queste le linee essenziali della filosofia di Godtfred Kirk Christiansen nel 1954 per l’identikit dei celebri mattoncini ad incastro: i LeGo.

Riconoscere l’importanza del gioco porta a disegnare oggetti che favoriscono l’esperienza multisensoriale. I bambini guardano, ma anche toccano, percepiscono, ascoltano e sviluppano un’esperienza a partire dalla percezione delle posizioni del proprio corpo.
Un “buon design” è quindi una tessera importante di quel puzzle che è l’ambiente dei bambini. Nel tempo si è fatta sempre più strada l’idea che è importante conoscere i processi evolutivi del bambino per fare
del buon design per i bambini stessi. Esso infatti deve essere esteticamente appropriato, saper stimolare la
fantasia ed esprimere il contesto diverso da quello degli adulti.
E’ importante infine definire anche la divisione concettuale che c’è tra il “gioco” e il “giocattolo”. Quest’ultimo infatti è inteso come un oggetto, concluso, finito, usato durante il gioco, ma che propriamente non rende tale esperienza creativa e fantasiosa.

Se avete letto fin qui vuol dire che trovate l’argomento interessante, quindi vi invito a tornare i prossimi giorni per avere una piccola infarinatura sui giochi del costruire,  Bauhaus e De Stijl,  Charles e Ray Eames e infine con il design italiano di Bruno Munari e Enzo Mari, per poi passare finalmente al mio progetto.

All rights reserved Gabriella Orefice 2015

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